Estratto dal cap. 15 "Sognando l'essere animale" dal libro "Nafis e i corridoi colorati".



Illustrazione di Sara Panicci


... Nafis concluse così il suo pensiero con gli amici, mentre fermi ai piedi del loro bosco, guardavano tutti l’immensa valle. Rimasero in silenzio per molto fino a quando si fece sera. Poi videro una poiana alta che planava serena e tutti dimenticarono l’ora, il tempo, i pensieri, rimanendo abbracciati al vuoto, abbracciati idealmente tra loro e con gli animali lì presenti, per poi d’incanto essere invasi da pensieri nuovi. Fino a quando l’amico Enea ad un certo punto, rompendo quel momento fatto di silenzio positivo, domandò a se stesso e agli altri: “Sono io con la mia volontà che guardo il cielo, o è il mio corpo e i miei occhi che fanno parte del cielo? Forse quella poiana era lì per dirci qualcosa, ci osservava e ci percepiva”.

Poi si alzarono e si incamminarono in silenzio verso casa non pensando a niente.

Era una magnifica sera.

Nel cammino Enea continuava ad alta voce la sua riflessione: “Gli animali hanno una visione della vita e del mondo che noi umani ormai abbiamo dimenticato, visualizzano le loro immagini, le inseguono e queste immancabilmente si avverano, fino a quando però non le distruggiamo noi altri.

Loro non sentono il razzismo e lo specismo, vivono la profondità e la spiritualità di una vita sana e naturale. Noi umani abbiamo perduto quelle qualità, o non l’abbiamo neanche mai avute, e riteniamo addirittura gli animali poco intelligenti.

La scienza che studia il comportamento degli animali

si limita a decodificare quello che vede e che sente: versi, atteggiamenti, movimenti, comportamenti di relazione, alimentazione, corteggiamento, fuga o attacco, spesso relegandoli a istinto privo di volontà. La scienza sostiene che gli animali, avendo un cervello meno complesso, sicuramente sono meno intelligenti di noi umani, visto che gli studi sono basati sul paragone con il nostro cervello, ritenuto il più evoluto, e quindi si possono considerare anche esseri non senzienti, che non soffrono”.

Nafis allora esclamò: “Esseri che non sentono, che si possono seviziare, torturare in capannoni lager, trasportati vivi in macelli ad essere uccisi, non prima di averli straziati, stipati in camion per giorni senz’acqua, e osservati senza porci una sola domanda nei loro occhi lucidi quando in auto gli passiamo davanti! Niente domande, creature in questi loro ultimi viaggi di sofferenza, poi finite in ogni nostra mensa, in laboratori per esperimenti, rinchiusi in circhi e zoo, tutto per il nostro piacere! Quindi per la scienza e la cultura generale noi saremmo autorizzati a torturare e uccidere impunemente ogni altra specie, senza scrupolo alcuno?! Cultura, che dalla culla del mondo greco precristiano si è solo involuta, ma che oggi va con immanenza recuperata.

A fianco della scienza troviamo poi quelle religioni che fanno dell’uomo l’essere superiore a qualunque altra specie vivente, perché creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Gli animali, stretti tra l’arroganza e se vogliamo l’incoerenza e l’immoralità di scienza e religione, non hanno mai avuto un riconoscimento da parte dell’uomo, ormai rinchiuso da tempo nella sua presunzione più becera, nelle sue paure e incapacità di saper vivere, non più parte integrante della Terra.

In tutto questo gli animali, però, sono tolleranti verso l’uomo e la sua prepotenza e vanno per la loro strada, continuano a contemplare la Terra, il suo verde e i suoi raggi di luce. Loro sono pacifisti. Arrivano ad estinguersi piuttosto che entrare in competizione con la specie umana.

Il patrimonio di conoscenze degli animali comprende valori che sono tutt’altro che la guerra e la distruzione. Non combattono e non distruggono l’ecosistema, cosa inaccettabile per loro perché significherebbe la loro morte, loro questo lo sanno, noi pare invece di no, loro il mondo lo vivono, lo contemplano ogni momento, con inimitabile convinzione, in ogni istante.

Ma ciò ai nostri occhi risulta una conferma della loro scarsa intelligenza e non il segno di specie pacifiste, attente all’ambiente, più evolute.

Il non riconoscere a fondo l’essenza delle altre specie, la loro “cultura”, le loro capacità percettive ciimpedisce di avere qualsiasi forma di comunicazione con loro.

Del resto la cosa è difficile dal momento che con il nostro stile di vita impegnato, sedentario, tra quattro mura, alimentare, abbiamo perso ogni percezione sensoriale. E allora, erroneamente e ingiustamente, riteniamo gli animali incapaci di comunicare e bravi solo a emettere dei suoni, da noi chiamati con disprezzo versi.

Con l’egocentrismo umano si è stabilito che la lingua parlata è l’unico modo di comunicazione degno di essere definito come cultura; l’uomo non riesce a comprendere che le creature del suo stesso regno animale, comunicano fra di loro e con noi!

Loro comunicano con le forme e i modi che gli sono propri, forme antichissime e molto evolute, che vanno oltre le nostre bugiarde parole. Si tratta della percezione sensoriale, della telepatia, della visualizzazione di immagini e trasmissione o ricezione telepatica delle stesse immagini, oltre che di un complesso e articolato linguaggio di suoni e del corpo.

Gli animali stanno lì, pazienti, imperturbabili davanti a noi, ci osservano, vedono degli esseri ottusi, ma ci compatiscono, muovono le loro orecchie per mandarci un segnale. Noi rimaniamo fermi e non comprendiamo niente, nella nostra presunzione, mentre loro ci stanno parlando.

Per tutti gli esseri viventi la telepatia è la più antica forma di comunicazione; gli uomini l’hanno ormai persa, o mai approfondita, a vantaggio della parola.

Gli animali seguono ancora, invece, questo linguaggio universale, non reprimono le proprie sensazioni come facciamo noi. Con esse comunicano, conoscono ed esplorano ogni realtà che trovano nel loro cammino. Utilizzano la telepatia per immagini, ma anche per sensazioni, ci comprendono più di quanto noi possiamo immaginare, ecco perché non si fidano quasi mai dell’uomo.

Ogni gruppo sviluppa per i propri membri un legame impalpabile, in questo legame le loro comunicazioni telepatiche si realizzano.

Chi vive con degli animali sa che basta anche soltanto pensare, ad esempio: “adesso esco”, per vedere il nostro cane pronto a uscire; perché al cane arriva l’immagine dell’amico umano fuori a passeggio”.

“Oppure” raccontò Nafis: “per esempio i miei gatti Sissi e Panic, che non giocano mai insieme, una sera nella pace e nel silenzio della casa nel bosco di mia nonna li vidi seduti a distanza e io, invece di parlare, pensai: “ma perché non giocate un po’ anche voi come gli altri”, e spontaneamente, come difficilmente mi succede, visualizzai l’immagine di loro che giocavano. Un attimo dopo, qualcosa mi turbò profondamente: Panic e Sissi si stavano rincorrendo in piroette e sbandate improbabili; avevano accolto la mia visualizzazione”.

Gli animali recepiscono e ci parlano sempre con la telepatia delle immagini e delle sensazioni, ma noi non riusciamo a comprendere, immersi come siamo in una moltitudine di pensieri caotici, non decifrando nulla o quasi di quanto loro cercano di comunicarci, di quello che la natura ci trasmette.

Per ascoltare la natura e parlare con gli animali dobbiamo viverla e goderla in contemplazione, abbandonare i nostri pregiudizi nei loro confronti e imparare una comunicazione differente, la telepatia, che per loro è un processo naturale, che non necessita di mettersi gli uni davanti agli altri o gesticolare, basta pensare a quello che vogliamo trasmettere, con la mente libera dai pensieri, usando le immagini. L’animale capirà.

Se trasmettiamo amore e pace, la natura ci risponderà arricchendoci, l’animale ci risponderà nei suoi canoni e criteri. Un cavallo timoroso si avvicinerà, se invece trasmettiamo agitazione o paura, fuggirà o ci attaccherà”.

“Un giorno”, raccontò Nafis “andai a camminare per raggiungere la vetta di un monte alto appena 1000 metri, ma bellissimo per la sua posizione, da dove si vede a nord la piana di un’antica stupenda grande città medievale incastonata tra i monti, a est la montagna di riferimento che tutti vedono nella nostra grande valle, a ovest la piana di una vivace e solare città di mare, e

a sud il Monte Sacro con all’orizzonte tutto il grande mare che faceva ingiustamente, come sempre, la parte del leone, prendendosi da solo tutto il sud, l’ovest e il nord, a ribadire che era lui l’unico, il più grande, l’inimitabile, il più forte, il più bello.

Durante la salita, nel bosco, mi corsero incontro con fare aggressivo un cane Rottweiler e un Pastore Maremmano, senza collare. Rimasi fermo immobile, sapevo che loro conoscono il linguaggio del corpo e, telepaticamente i messaggi della mente. Eliminai la paura. Pensai ad una carezza nei loro confronti, ma non ne accennai il movimento. Fu solo in quel momento che iniziarono a muovere la coda, mi girarono intorno e mi annusarono le mani, mi guardarono ancora un attimo, però non so cosa mi dissero. Forse mi chiesero se in valle c’erano pericoli, ma dato il mio silenzio, delusi dalla specie umana incontrata non troppo comunicativa e utile in quel momento, ripresero subito la loro strada verso la valle.

Dopo 40 minuti di cammino ero in vetta, e trovai un altro cane pastore, era assetato, gli diedi un po’ d’acqua e poi di fronte a quel panorama stupendo, rinfrancato, meditai per del tempo, mangiai il mio panino, infine pensai: che bellezza, quasi quasi non scendo, e si fece sera”.

Quindi Nafis si avviava verso la conclusione del suo ragionamento, che tutti gli amici attenti non ritenevano affatto privo di fondamento: “Contemplando, con la pratica, la sperimentazione, il silenzio e il respiro, prenderanno forma nella nostra mente le immagini e le sensazioni frutto dell’esperienza e dell’espressione di chi le trasmette, e ci sentiremo in un gruppo, in comunicazione ancestrale, parte integrante di quel grande popolo della natura.

Superando l’antropocentrismo che ci caratterizza, mettendoci in gioco nel mondo naturale, dandoci del tempo per imparare, potremo apprenderne le bellezze nascoste e i misteri affascinanti che questo ci riserva, che abbiamo solo imparato a guardare ma di fatto senza vederlo, senza udire la sua grande sinfonia.

Uno dei nostri obiettivi primari della vita dovrebbe essere quello di imparare dalla natura, dagli animali, per rientrare a pieno diritto nel suo Regno, nelle sue dinamiche, ritrovare la nostra funzione e contribuire da dentro la natura alla completa realizzazione dei suoi cicli e della sua perfezione, al di là della realizzazione che cerchiamo inutilmente nelle nostre città, nel nostro superego, nei beni materiali”.

Gli amici rimasero attoniti, la riflessione del parlare aveva mutato i loro occhi, erano divenuti limpidi, profondi. Non guardavano più Nafis e le cose, vedevano altro, forse l’universo intero, forse gli occhi della poiana in volo circolare sopra di loro, forse il loro essere interiore, ora più forte e sicuro di se stesso.

L’amico Enea prese la parola e disse agli altri, togliendosi quel fiore che spesso teneva tra le labbra: “A proposito di quella poiana che l’altra sera, parlando di queste cose, di aquile, di aironi, comparve d’improvviso, mi è giunto un segnale: che la poiana non abbia percepito la nostra presenza attenta, la nostra forte energia? Che non sia arrivata per caso a comunicarci qualcosa, proprio in quel preciso momento? Gli animali non vanno osservati e basta, per ammirare la loro bellezza, il loro fare, il loro muoversi sublime, ma occorre guardare il loro mondo, il mondo con i loro occhi, riuscire a immaginare cosa sente un animale quando osserva le cose, il perché le osserva.

Il suo corpo si rilassa quando guarda, un airone o una poiana che plana sopra di noi, mentre siamo cocentrati su una strada a guardare le macchine, l’asfalto lì davanti, sposta incuriosito il capo e quegli occhi profondi, vispi, dal colore indecifrabile, ricchi di tutta la pienezza della natura, verso tutto ciò che non è la strada, verso il tramonto, verso un bosco, poi, repentinamente verso una collina, mentre in volo il suo corpo cambia leggermente la direzione e le sue piume sono distese al vento, le ali spalancate a disegnare delle geometrie di volo incredibilmente perfette. Geometrie invidiate da tutti noi, che abbiamo creato ingombrati e impacciati volatili d’acciaio.

Perché la poiana, o la rondine, o lo storno, quando osservano la natura, quando volano e si stirano dolcemente, sono in pace? La risposta è semplice: perché sono nel tutto, sono della natura il suo perfetto frutto, e le rendono riconoscenza quando virano in incredibili picchiate e acrobazie! Godono solo di essa, la natura, la dominano e ne sono dominate. I loro occhietti profondi e vispi non solo vedono, contemplano, scartano l’inutile, il brutto, ma si arricchiscono della bellezza che li attrae, ricchissimi di cultura ancestrale, sono gli occhi della natura!

Noi dovremmo riuscire guardare il mondo come fanno loro, quindi non solo ammirare le forme estetichee dinamiche dell’animale, ma andare oltre: ammirare il mondo con quegli stessi occhi, con i loro occhi, gli occhi della natura”.

Nafis, come tutti gli altri, rimase esterrefatto dall’idea semplice ma geniale di Enea, idea a cui nessuno aveva pensato prima: “Guardare non solo l’animale, ma il mondo con gli occhi dell’animale”.

Ci rifletté per dei giorni, fino a quando non ne comprese il senso profondo, un senso che si era portato dentro da sempre, ma senza riuscire mai a coglierlo, ad esprimerlo a parole. Lo comprese poi, grazie alla sua lunga osservazione della natura e degli animali, grazie alla scintilla di pensiero nata da Enea, e infine chiuse il cerchio di quella intuizione leggendo una storia che gli capitò davanti per caso. Ma forse non era un caso.

E allora Nafis una di quelle sere di fronte al tramonto raccontò questa storia a tutti gli altri. Sentiva il bisogno di chiudere il cerchio su quei concetti fino a lì espressi e poi ridefiniti in modo sublime dall’amico Enea.

Lo fece quando con gli amici si recò nella spiaggia perfetta.

Era la loro spiaggia ideale, speciale, dal calore e dalla pace che parlava da sé, abitata solo da animali, gabbiani in cielo e volpi che li raggiungevano spesso dall’immensa pineta, sul mare. E poi insetti improbabili, dalle corazze strane, a camminare sulla sabbia, farfalle enormi e colorate che volteggiavano, cespugli profumati e sabbie e dune calde e meravigliose, un mare che si estendeva a 180 gradi a perdita d’occhio, a nord, a sud e a ovest, con il suo vento dell’ovest che portava loro la migliore energia.

Era la spiaggia perfetta per poterci anche vivere, scoperta nelle loro perlustrazioni a ripulire quelle spiagge e quelle pinete invase da plastiche e mozziconi di sigaretta.

Nel momento di migliore pace, col sole tiepido che salutava i presenti su un mare piatto dallo spirito sereno, lo stesso dei pensieri sempre inseguiti da Nafis, poggiati su di un’acqua calma come dei fiori di loto su laghi lisci come l’olio, raccontò agli amici tutto il significato dell’esistenza della vita su questa Terra.

Il significato era emerso finalmente dopo le loro molte escursioni nella natura, nelle ultime riflessioni fatte insieme ad Enea, poi tutto sintetizzato nella lettura di Nafis che dava ai presenti la granitica conferma a coronazione delle loro intuizioni, che cercavano da tempo, perfetta in quel momento, che arrivava loro proprio adesso che avevano capito, forse spinta da energie cosmiche convergenti. La storia era un’avventura di un grande amante del mare che aveva trasmesso all’umanità un inestimabile messaggio. Si trattava di Enzo Maiorca.

Così Nafis raccontò: “Era immerso nel caldo mare del Sud, parlava a poca distanza con la figlia che era sulla barca pronta ad immergersi con lui negli abissi, all’improvviso si sentì sfiorare dolcemente una mano, si girò e vide un delfino.

Capì subito che non voleva giocare, ma esprimere qualcos’altro. Il delfino si allontanò veloce e Maiorca lo segui a nuoto.

Poi il delfino si immerse e Maiorca lo seguì in profondità quando vide che impigliato nella rete di una spadara abbandonata c’era un altro delfino.

Maiorca emerse rapidamente e chiamò a gran voce la figlia perché lo raggiungesse con due coltelli da sub. In pochissimi minuti Enzo e la figlia riuscirono a liberare il delfino impigliato nella rete, il quale allo stremo delle sue forze riuscì ad emergere ed emettendo un grido, così disse Maiorca: “quasi un grido umano” e finalmente riuscì a respirare.

Il delfino liberato restò immobile per un po’, mentre Enzo, la figlia e l’altro delfino gli stavano intorno in grandissima apprensione; poi d’improvviso si riprese, l’energia tra i tre iniziò a scorrere forte, l’empatia li aveva cementati.

Si scoprì che era una femmina perché da lì a poco partorì un piccolo. Mamma e cucciolo si allontanarono nel loro mare, mentre il delfino che aveva avvertito l’uomo del mare, per gli altri uomini “il mito del mare” fece un giro intorno ai due umani e si fermò un attimo davanti ad Enzo Maiorca, gli diede un colpetto, che sembrò un bacio, sulla sua guancia, era l’espressione della sua gratitudine, e poi si allontanò per sempre a raggiungere i suoi simili, dovevano vivere in pieno il loro e il nostro mondo, la loro natura era forte, era dentro di loro.

Tutti i presenti sulla barca si alzarono in piedi con gli occhi lucidi per un lungo e caloroso applauso.

Enzo Maiorca di seguito disse loro: “Fin quando l’uomo non avrà imparato a rispettare e a dialogare con il mondo animale, non potrà mai conoscere il suo vero ruolo su questa Terra”.


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